Percorso spirituale di Giacobbe (Genesi 28, 10-19; 32, 24-30)

Scritto da Eugenia Marzotti il . Postato in Senza categoria

imgres cupsale online Genesi 28, 10-19   (Viaggio di Giacobbe. Il suo sogno a Bethel): cupsale online   10 Or Giacobbe partì da Beer-Sceba e se ne andò verso Haran. 11 Giunse in un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Allora prese una delle pietre del luogo, la pose sotto la sua testa e in quel luogo si coricò. 12 E sognò di vedere una scala appoggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo; ed ecco, gli angeli di DIO salivano e scendevano su di essa. 13 Ed ecco l’Eterno stava in cima ad essa e gli disse: “Io sono l’Eterno, il Dio di Abrahamo tuo padre e il DIO di Isacco; la terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza; 14 e la tua discendenza sarà come la polvere della terra, e tu ti estenderai a ovest e a est, a nord e a sud; e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. 15 Ed ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque andrai, e ti ricondurrò in questo paese; poiché non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto”.   Genesi 32, 24-30   (Giacobbe lotta con l’angelo a Peniel)   24 Così Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntar dell’alba. 25 Quando quest’uomo vide che non lo poteva vincere, gli toccò la cavità dell’anca; e la cavità dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. 26 E quegli disse: “Lasciami andare, perché sta spuntando l’alba”. Ma Giacobbe disse: “Non ti lascerò andare se non mi avrai prima benedetto!”. 27 L’altro gli disse: “Qual è il tuo nome?”.Egli rispose: “Giacobbe”. 28 Allora quegli disse: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, poiché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto”. 29 Giacobbe gli disse: “Ti prego, dimmi il tuo nome”. Ma quello rispose: “Perché chiedi il mio nome?”. 30 E qui lo benedisse.   Care sorelle e cari fratelli,   il primo brano ci parla del viaggio di Giacobbe e del suo sogno in un luogo, scelto per passarvi la notte. Giacobbe, infatti, è in cammino verso Paddan-Aram, dove abiterà la casa di Labano, fratello di Rebecca, sua madre. Il suo non è un viaggio di piacere e  la visita allo zio non è dettata da pura cortesia, tutt’altro;   Giacobbe sta precipitosamente allontanandosi dalla casa paterna per sfuggire all’ira di Esaù, suo fratello, al quale ha sottratto i suoi diritti di primogenito. In un primo tempo, facendo leva sulla fame di Esaù, gli toglie la primogenitura, se la fa vendere e poi, per maggiore sicurezza, lo fa giurare; successivamente, con uno stratagemma, aiutato in questo anche dalla madre Rebecca, Giacobbe inganna il vecchio padre Isacco, per rubare al fratello le benedizioni paterne, spettanti di regola ad Esaù, in quanto primogenito.   Nel racconto, relativo alle benedizioni che Giacobbe riceve al posto di Esaù, colpisce il tremito fortissimo del vecchio padre quando scopre l’inganno portato avanti da Giacobbe, il grido “forte e amarissimo” di Esaù” e la supplica di questi al padre di benedizione. E’ una supplica che Esaù ripete per ben tre volte: “Benedici anche me, padre mio!” (Gen. 27, 34). “Non hai riservato una benedizione per me?” (Gen. 27, 36). “Non hai tu che questa benedizione, padre mio? Benedici anche me, o padre mio!” (Gen. 27,38).   Il vecchio padre non ha un’altra benedizione, ormai Dio ha benedetto, attraverso le parole di Isacco,  l’ambizioso e spregiudicato Giacobbe, approfittatore in maniera veramente disgustosa della debolezza del padre e fonte di dolore per Esaù, suo fratello: “Esaù, allora, non potendo ricevere un’altra benedizione, alzò la voce e pianse” (Gn. 27, 38).   E’ una azione malvagia quella di Giacobbe, portata avanti senza scrupoli, con spregiudicatezza e anche con notevole audacia, perché poteva essere scoperto proprio nel momento in cui si presenta davanti al padre come Esaù, cioé peloso, grazie alle braccia e al collo coperti dalla pelle di un capretto; si copre anche ridicolo così travestito. La sua è una cattiveria che causa profonda sofferenza nel padre ingannato e che produce amarezza e sentimenti di odio in Esaù, frodato dei suoi diritti.   Nel racconto si passa dalla leggerezza e superficialità di Esaù, pronto a vendere, per un piatto di lenticchie, la sua primogenitura e tutto ciò che essa comporta, all’ambizione di Giacobbe, che non si fa scrupolo di usare il nome del Signore quando, per mascherare l’inganno al vecchio padre, gli dice che ha fatto presto a trovare la selvaggina perché “..l’Eterno, il tuo DIO, l’ha fatta venire a me” (Gen. 27,20). A questo punto della storia, al lettore viene spontaneo prendere le distanze sia dall’uno che dall’altro fratello: da Esaù perché pronto a liberarsi del suo diritto vissuto più come un peso che come una gioia, da Giacobbe perché cinico ed indifferente all’altrui dolore.   Nel nostro testo, Giacobbe sogna le promesse e le benedizioni dell’Eterno, il Dio di Abrahamo e di Isacco: di ricevere in dono la terra “sulla quale è coricato”; di avere una “discendenza numerosa come la polvere della terra”; di estendersi a ovest e a est, a nord e a sud; di essere protetto dovunque andrà da parte dell’Eterno, della Sua presenza nella  sua vita e, infine, di benedizioni in lui e nella sua discendenza di tutte le famiglie della terra.   Giacobbe, dunque, prima inganna per ricevere lui le promesse e le benedizioni del padre riserbate per il fratello, poi sogna  per sé le promesse e le benedizioni di Dio.   A questo punto diverse sono le domande che vengono spontanee: che cosa spinge Giacobbe a farsi vendere dal fratello i diritti legati alla primogenitura? E successivamente, che cosa lo spinge ad usare finanche il nome del Signore, nel momento dell’inganno? Il potere? Il potere che nasce dal possesso? E’ possibile, invece, che, senza saperlo, senza esserne ancora pienamente consapevole, Giacobbe sia alla ricerca di Dio, che inconsciamente abbia desiderio di Dio?   Sa che le promesse fatte ad Abrahamo e poi ad Isacco non sono per lui, perché il primogenito è il fratello e le promesse sono il diritto di quest’ultimo.   E’ possibile, allora, che il desiderio di una relazione con Dio, della promessa della terra e di una numerosa progenie per lui e della benedizione in lui di tutte le famiglie della terra, sia così forte da fargli compiere azioni malvagie?   Resta, comunque, sempre la domanda: come mai Dio si lega ad un uomo come Giacobbe, l’uomo imbroglione e privo di scrupoli? Perché sceglie Giacobbe e non Esaù? Non ci sono persone migliori?   Per quanto riguarda Esaù, va subito detto che questi non può essere scelto, la sua superficialità gli ha fatto percepire le promesse di Dio come pochezza, come cose poco importanti, cose di cui si può fare a meno. In fondo, Isacco non si fa scegliere.   Per quanto riguarda Giacobbe, è il sogno della scala che dà le prime risposte alle domande che lo riguardano: “una scala appoggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo, ed ecco gli angeli di Dio che salivano e scendevano per la scala” (v.12): Giacobbe sogna cielo e terra, Dio e uomo, sì separati e diversi, ma non lontani e nemici. Il movimento degli angeli che scendono e salgono sta ad indicare che il rapporto con Dio, appena accennato all’inizio, diventa poi ora più vicino, ora più lontano; rappresenta gli alti e bassi di questa relazione, una relazione che non si esaurisce in un attimo, ma è  un dialogo che si prolunga nella vita. Negli anni futuri, rappresentati dai pioli della scala, Giacobbe dovrà solidificare, anno dopo  anno, il rapporto appena nato, un rapporto al momento pieno di dubbi e incertezze: “Se Dio sarà con me e mi proteggerà durante questo viaggio che faccio, se mi darà pane da mangiare e vesti da coprirmi, e ritornerò alla casa di mio padre in pace, allora l’Eterno sarà il mio Dio; e questa pietra che ho eretta come stele, sarà la casa di Dio; e di tutto quello che tu mi darai io ti darò la decima”.   Quanti se in questa preghiera!   A ben pensarci, Giacobbe è ognuno di noi con le proprie debolezze, le proprie bassezze, i propri calcoli, con la propria contraddittorietà nel rapporto con Dio. Giacobbe, in questo stadio della sua vita, rappresenta l’uomo che nel suo rapporto con Dio è ora vicino e ora lontano, ora presente e ora assente. Il cuore di Giacobbe è sì un cuore inquieto e pieno di incertezze ma il suo è un cuore che desidera le promesse di Dio. In lui c’è la disponibilità a farsi scegliere, c’è già il suo sì a Dio. Nel sogno, infatti, non c’è solo la scala con gli angeli; al di sopra della scala c’è Dio che gli parla e gli fa la stessa promessa che aveva fatto ad Abrahamo e ad Isacco: la promessa della terra, di una numerosa progenie e di benedizioni in lui e nella sua discendenza a tutte le famiglie della terra. C’è una ulteriore promessa in questo sogno, rispetto a quelle fatte dall’Eterno a suo padre,  quella della presenza di Dio nella vita di Giacobbe: “Io sarò con te e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese; poiché non ti abbandonerò prima di avere fatto quello che ti ho detto”.   Quel desiderio di Dio che Giacobbe inizialmente sembra avere senza rendersene conto, qui, nel sogno, si rivela appieno, ed è questa ricerca inconsapevole di Dio che determina la scelta: Dio sceglie Giacobbe perché Giacobbe si fa scegliere.   Adesso, nel sogno, Giacobbe non è colui che ruba ed inganna, ma è colui che riceve, è il depositario delle promesse.   Un altro episodio della vita di Giacobbe, successivo a quello fatto a Bethel, è rivelatore del suo profondo desiderio di Dio, un desiderio fattosi ormai gigante, al di sopra di tutte le paure, anche di quella di morire: quello in cui combatte tutta la notte con l’angelo, e la sua è una lotta d’amore. L’angelo, in questa lotta con Giacobbe, non potendolo vincere, gli chiede, alla fine, di lasciarlo andare. La risposta di Giacobbe è illuminante: “Non ti lascerò andare, se non mi avrai prima benedetto!” (Gen.32, 26). Il suo desiderio di benedizione è ancora forte! L’angelo cambierà il nome di Giacobbe in Israele “poiché tu hai lottato con DIO e con gli uomini, ed hai vinto” (Gen. 32, 28).   Giacobbe, però, non si limita a lottare e a vincere, anela conoscerne anche il nome, e quegli: “Perché chiedi il mio nome?”. “E qui lo benedisse” (Gen. 32, 29-30). Il profondo desiderio è, finalmente, esaudito!   Tra il suo sogno a Bethel e la lotta con l’angelo sono passati ormai diversi anni, nei quali la ricerca di Dio in Giacobbe è enormemente cresciuta, è diventata voglia di relazione costante con Lui. Quella benedizione, che all’inizio inconsapevolmente ricercava, la ottiene ora perché frutto maturo di un suo infinito desiderio di Lui.     Giacobbe incontra Dio in sogno e sono in tanti a sostenere che Dio, la risurrezione, “il dopo”, sono come un sogno, come un’illusione per sfuggire ai nostri limiti, alla crudeltà della realtà, quale quella della morte.   Altri sono dell’avviso che Dio non è un sogno, però fa sognare.   Come seguace di Cristo ho fede nel Dio che Gesù mi ha fatto conoscere e questa fede sicuramente mi fa sperare, sognare, anelare un mondo migliore. La speranza mette in movimento e fa lavorare per un mondo in cui non ci saranno più né poveri, né ultimi, perché domani le ricchezze della terra saranno equamente distribuite; il sogno porta ad impiegare le energie al fine di eliminare al più presto la categoria degli “immigrati”, perché qualunque parte della terra è un dono di Dio per tutti, da amare e custodire; l’anelito spinge ad impegnarsi affinché al più presto non ci saranno più donne maltrattate e uccise da coloro che dicevano di amarle. Il sogno e l’augurio sono che anche noi, care sorelle e cari fratelli, io e voi tutte e tutti, come Giacobbe, possiamo fare il nostro cammino spirituale, perché forte il nostro desiderio di Dio, un Dio che cammina, ogni istante della nostra vita, accanto a ciascuno e a ciascuna di noi e “abita” le nostre spalle.   Eugenia Marzotti Canale

Trackback dal tuo sito.

Scrivi il tuo commento...
(Devi inserire Nome e E-mail)

8x1000