Sinodo 2016: testo della predicazione del culto di apertura

Scritto da Eugenio Presta il . Postato in Apertura, Culto di apertura, Gianni Genre, sinodo, Sinodo 2016

«Gesù stava insegnando di sabato in una sinagoga. Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». Pose le mani su di lei, e nello stesso momento ella fu raddrizzata e glorificava Dio. Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti, ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.» (Luca 13: 10-17)

Gianni GenreMi rivolgo a te, sorella e fratello, per dirti subito che qui c’è una parola per qualcuno, anche se forse non per tutti, non per chiunque. La parola del Cristo che ci viene messa sotto gli occhi oggi è una parola per chi, come la donna del nostro racconto, avverte da tempo di essere curvata dai pesi, molteplici, della vita.

Mi rivolgo a due categorie di possibili ascoltatori. Alle nostre chiese, anzitutto, a chi le rappresenta in questo sinodo e a chi le frequenta e vi lavora, a tutti i livelli. Chiese che, per quanto io le conosca un poco, mi appaiono spesso piegate per molteplici ragioni (peraltro, non mi pare che siano le sole a vivere questa condizione nella nostra vecchia Europa). La mia impressione è che vi sia spesso un sentimento dominante di stanchezza, di disincanto, di difficoltà di relazione, di mancanza di visione e di fantasia.

E poi la parola di oggi è indirizzata a te, sorella e fratello in umanità, qualunque siano le tue appartenenze, se semplicemente hai lo sguardo rivolto verso il basso. Conosco quella tua condizione. Mettendomi davanti a questo testo, ho pensato subito alle tante persone che nella mia memoria hanno un volto e un nome, che si sentono condannate dalla vita, dai lutti o dalle ferite che non cicatrizzano, dall’irrilevanza, dalla solitudine, dal senso di colpa e di fallimento, dalla fatica quotidiana senza riscontri positivi, sempre o quasi a capo chino… persone credenti e non credenti che mi sono care e mantengono per anni, a volte per sempre, quella postura.

Veniamo al testo, ad un primo dettaglio sulla condizione della donna del racconto. La nostra traduzione dice che “uno spirito la rendeva inferma”; in realtà il testo greco dice che la rendeva “debole”, “priva di forza”. L’astenia” (questo è il termine usato) non è la debolezza fisiologica, ma è presente anche in condizioni di riposo, può essere di origine muscolare, nervosa, psichica. Può portare alla paralisi progressiva. È segnata da un lasciarsi andare, che aumenta in modo pericoloso. Una debolezza che impedisce persino di gridare a Gesù, di fargli segno, come avviene invece in molti altri racconti di miracolo.

La passività assoluta, una condizione dalla quale non si spera neppure più di potere uscire. La sensazione anzitutto interiore che non si riuscirà più a rialzare la testa e che questo sia il tuo e il mio e il nostro destino. E che non ce ne possano essere altri. Per una chiesa, ma anche per una persona, non c’è pericolo più grande: il pericolo che non ce la farai più a vivere in modo pieno, a sorridere, ad amare e ad essere amato.

Il secondo dettaglio: Gesù ci dice che la donna non era soltanto resa curva dalla sua astenia, ma era legata, incurvata, in quella spaventosa posizione, da Satana. Gesù parla senza peli sulla lingua. È evidente che al tempo di Gesù non si distingueva tanto fra il fisico e lo psichico, ma piuttosto fra il fisico e il demoniaco. Ebbene, io credo che la dimensione del demoniaco, per comprendere qualcosa del nostro tempo, vada rivalutata. Guarda alla Brexit: mi sembra demoniaco che a decidere il futuro della Gran Bretagna e, in parte dell’Europa, non siano state le giovani generazioni, ma gli anziani, pieni di paure, gli unici che hanno un futuro garantito.

Mi pare demoniaco che i sodalizi corruttivi continuino ad inquinare il nostro Paese, come se niente fosse, giorno dopo giorno… E ancora: il 14 luglio scorso mi trovavo a Nizza ed ho seguito da vicino, mio malgrado, la terribile carneficina sulla sua rinomata Promenade. Ebbene, malgrado tutte le possibili analisi che ho ascoltato e letto, qualcosa mi sfugge nel comportamento di chi viene trasformato in un grumo di pulsioni di morte che vorrebbe assumere, nella follia jahadista, la veste della redenzione personale se non addirittura della salvezza collettiva.

Ma non si tratta solo di questi eventi, ai quali si reagisce, purtroppo, con la paura che produce altro sospetto, altra diffidenza, altro odio. No, si tratta anche delle piccole cose che non riesci a comprendere dentro di te e nelle relazioni che vivi, a volte anche all’interno delle chiese. Non ti senti solo piegato, curvato, impossibilitato ad alzare lo sguardo, ma sei anche legato, come se una fune che non riesci a spezzare ti tenesse incatenato verso il suolo. È questa l’opera del diavolo, che purtroppo gode di buona salute e si nasconde nelle pieghe della tua vita quotidiana. Vuole appunto portarti a credere che il tuo orizzonte finisce dove il tuo sguardo arriva, che non c’è possibilità di riscatto e di futuro, che Dio si è definitivamente eclissato, che devi vivere senza di Lui e senza speranza.

Anche le nostre piccole chiese in Italia, meravigliose nella loro ostinazione a resistere, sembrano spesso ricurve, per debolezza. L’immagine che riusciamo a dare della nostra realtà in Italia e all’estero è un’immagine interessante, anche attraverso l’articolazione della nostra diaconia e del nostro impegno (è anche per questo che molti Italiani ci danno il proprio otto per mille), ma che corre il pericolo di camuffare la nostra “astenia”. Ci dà l’illusione di essere un poco forti (questa è la peggiore delle debolezze!) dimenticando che la nostra testimonianza dipende esclusivamente dalla Parola di Dio. Al di fuori o aldilà del servizio che dobbiamo rendere a quella Parola e – solo attraverso di essa – al nostro prossimo più in difficoltà, non abbiamo futuro.

Ecco però che nel nostro racconto Gesù chiama la donna curva, nel nostro racconto. E’ lo sguardo di Gesù che provoca l’evento. La donna non chiede nulla, come abbiamo visto. Questo è l’Evangelo, la “Buona Notizia” del nostro testo. Sono e sei qui perché sappiamo che Gesù si rende conto della nostra condizione, quand’anche non avessimo più la forza per chiedergli alcunché. Gesù taglia la corda che tiene la donna incatenata verso terra, in un colpo solo, con la parola e con l’imposizione delle mani. Adesso la donna condannata ad essere curva non è più piegata e non è più legata. Il sabato, per Cristo, è il giorno della libertà, in cui la libertà si afferma e si vive. Una libertà che porta con sé una grande urgenza, che non si può rimandare a domani. La posizione della donna ritorna ad essere eretta, quella che permette, il discernimento. Cioè la facoltà di formulare un giudizio o di scegliere un determinato comportamento, in conformità con le esigenze della situazione.

Gesù parla e tocca la donna, ristabilisce un contatto con la donna alienata due volte: come donna e come malata, come portatrice di handicap. Una liberazione straordinaria, totale, davvero la fine della religione, se “religio” significa “legare”. La fine della religione che troppo spesso sacralizza l’ordine sociale, oggi più di ieri… Con Gesù, sei sciolto, non legato, sei libero, sei libera. Tutti e tutte sono adesso figli e figlie di Abramo. Gesù, con una sola espressione, desacralizza ogni frontiera, anche quella fra gli uomini e le donne. La liberazione, o è intera, o non è liberazione.

Concludo. Siamo qui per chiedere al Cristo di restituirci la dignità di persone libere, la capacità di discernimento e la gioia di chi re-impara a glorificare Dio. Cercheremo di farlo anche in questo sinodo. Ma a te voglio dire che oggi Cristo ti chiama, anche se ti sembra di non avere più la forza per credere che la tua situazione possa cambiare. È Lui a fare tutto, è Lui a tagliare i legami delle tue alienazioni. Gesù vuole che tu sia slegato, guarito, liberato. La tua vita ha di nuovo un orientamento e, malgrado tutte le reali difficoltà che puoi avere vissuto e forse stai ancora vivendo, sappi che la vita è un dono, uno splendore, da godere immeritatamente e consapevolmente. Per questo, per il carattere di dono della vita, la gioia è possibile.

Così possa essere per te, sorella e fratello. Nel pieno delle tue domande e nel dubbio, il tuo Redentore ti apre allo stupore. Allo stupore di chi riscopre che la vita è bella. Così sia.

21 agosto 2016

fonte: chiesavaldese.org

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Eugenio Presta

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